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La balena ?

lunedì, gennaio 28

Il paradiso della tecnica ed il Paradiso  
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Scrive del "paradiso della tecnica" quello che prevarrà anche sul Paradiso, perchè «La scienza [...] consente di muovere le montagne più di quanto oggi la fede di Gesù non le sappia muovere». Ma ammette che «siccome quel paradiso sarà il luogo della storia in cui i maggiori bisogni dell’uomo saranno soddisfatti, crescerà proporzionalmente l’infelicità per la mancanza di quell’unicum che è la verità, la sicurezza della felicità. Allora diventerà un problema corale, un problema dei popoli, perché i popoli avranno “tutto”, ma non la sicurezza di averlo, non la verità del possesso». E prevede che in quel momento: «si dovranno rifare i conti. Anche la tecnica, che oggi è destinata a dominare il pianeta portando al tramonto ogni integralismo religioso, dovrà fare i conti e riconoscere di non avere l’ultima parola».

Chi scrive è Emanuele Severino. Sorgono, spontanee, delle domande: cosa ci impedisce di farli subiti, i conti? Perchè proseguire su una strada che - già lo sappiamo - è sbagliata?.

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scritto da giona | 21:25 | link | commenti (4)
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domenica, gennaio 20

Il Papa e "La Sapienza"  
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La storia si può riassumere in poche battute. Sessantasette professori dell’Università La Sapienza  [su un totale di quattromila] hanno scritto al rettore per impedire una visita del Papa all'Università, prendendo a pretesto il fatto che Il 15 marzo 1990, ancora cardinale, in un discorso nella città di Parma, Joseph Ratzinger riprese un'affermazione di Feyerabend: "All'epoca di Galileo la Chiesa rimase molto più fedele alla ragione dello stesso Galileo. Il processo contro Galileo fu ragionevole e giusto". In merito Antonio Carioti ha osservato che è evidente dal contesto della citazione che il Papa non sposa la visione di Feyerabend.

All'iniziativa dei professori è seguita la solita "mobbilitazione" degli studenti (pochi pure questi) nello stile che oramai conosciamo bene. Si è parlato di "Frocessione per i diritti negati" con "studenti vestiti da frociati", pranzi sociali "anticlericali", assedi sonori al Papa a base di musica reggae, etc. .

Purtroppo per loro il Papa ha annullato la visita. A questo punto quello che era già chiaro, il fatto cioè che impedire ad un'altro di parlare è esattamente l'opposto di un atteggiamento laico - si erano espressi ad esempio in questo senso Ernesto Galli della Loggia e Giulio Anselmi - è divenuto evidente. Lo hanno notato fra gli altri Claudio Magris ed Ernesto Galli della Loggia, che hanno parlato di penoso autogol e di caricatura della laicità. Gli unici a non essersene resi conto (ma non ce ne stupiamo) sono stati i docenti ribelli che hanno parlato di «vittoria dell'autonomia».

Opportunamente Claudio Magris ha ricordato che laico "non vuol dire affatto, come ignorantemente si ripete, l'opposto di credente (o di cattolico)" e che ciò che caratterizza un laico è "l'attitudine ad articolare il proprio pensiero (ateo, religioso, idealista, marxista) secondo principi logici che non possono essere condizionati, nella coerenza del loro procedere, da nessuna fede, da nessun pathos del cuore, perché in tal caso si cade in un pasticcio, sempre oscurantista". Per questo la recente vicenda non ha rappresentato secondo noi una "sconfitta dei laici", come ha scritto Gian Enrico Rusconi, si è trattato di una sconfitta degli oscurantisti, o se volete dei laici-oscurantisti cioè dei laicisti.

Vi lasciamo con il testo integrale del discorso del Papa.

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scritto da giona | 21:29 | link | commenti (4)
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domenica, dicembre 30

La faccia di Cristo, per amare il mondo  
[Di Don Angelo Busetto, Chioggia]
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Natale è una festa avvolgente, un abbraccio aperto al mondo di tutti: chi per la favola bella, chi per il calore di umanità e amicizia, chi per l’evidenza del fatto cristiano. A livelli diversi, tutti facciamo festa e ci abbracciamo nella simpatia del gesto augurale.

Poi viene subito Santo Stefano; la musica dei canti di Natale è la stessa, ma il colore è diverso: il bianco si macchia di rosso sangue. Santo Stefano è un martire, il primo di una schiera senza numero, ucciso proprio perché credeva in Gesù di Nazaret e lo proclamava come salvatore. Questo non va bene a tutti. Molti di quelli che si accostano al Bambino Gesù, si distanziano poi dalla sua croce, e ancor più dalla sua pretesa di Salvatore. Una sorta di cortocircuito accade anche ad alcuni cristiani, che vanno tranquilli sui valori condivisibili del Natale, come fraternità e pace, ma si ritirano in un riservato silenzio quando è in gioco l’annuncio specifico della fede in Gesù uomo e Dio. Allora nel rapporto con gli amici e con il mondo in generale ci si mantiene al livello di un tratto umano discreto e di un rapporto di simpatia e di carità, lasciando parlare solo i gesti. Qualora tale atteggiamento, che pure è l’unico praticabile in certi ambienti e certe situazioni, diventasse regola generale, condurrebbe allo snervamento e quindi alla sparizione della fede cristiana.

Mi impressionano invece quei missionari e in specie le Suore di Madre Teresa, che non esitano a dichiararsi per l’origine cristiana e a incontrare il prossimo per la sete di Cristo, senza venir meno al rispetto di ogni tradizione e di ogni altra espressione religiosa. Da parte mia, avendo scelto – o meglio, avendo accolto la scelta di Dio su di me – di essere prete e parroco, non posso non riconoscere di essere stato chiamato a esprimere chiaramente la fede in ogni gesto e in ogni momento della vita. Verrei meno alla mia vocazione se non annunciassi il Vangelo: ‘Guai a me se non annunciassi il Vangelo’, mi rincorre la parola di San Paolo. Priverei la gente che incontro del dono più grande e della più grande possibilità di vita. Lo constato in continuazione: quel che manca alle persone è proprio Cristo; non mancano il pane o il lavoro, e nemmeno l’amore o l’amicizia. Manca piuttosto l’origine di tutto questo, la sorgente che dona respiro alla vita e felicità all’anima, mancano il volto e il cuore di Cristo che ama da sempre e per sempre.

Ai miei cristiani non domando di fare i predicatori, se non nel caso dei catechisti per i ragazzi e gli adulti, e sempre nel caso dei genitori, chiamati per vocazione a introdurre i figli alla professione del mistero cristiano. Ma a tutti chiedo di vivere la fede in modo chiaro ed evidente, senza sotterfugi e nascondimenti. Se un Comune regala forzosamente i presepi alle classi di tutte le scuole del circondario, questo gesto potrà venire considerato una forzatura, ma certamente non sono apprezzabili gli insegnanti cristiani che sommergono il presepio nella colluvie delle caramelle di Babbo Natale e nelle canzonette di insipida bontà. L’annuncio di Cristo va offerto al mondo, perché il bisogno più urgente e la carità più grande è Gesù stesso. Non c’è altro di più necessario, come speranza per il presente e il futuro e come compagnia per la vita.

Certamente l’annuncio di Cristo non va lanciato in faccia alle persone come un catino d’acqua fredda, ma a nessuno può essere negato un bicchiere d’acqua per dissetarsi. La bellezza più evidente di una comunità parrocchiale e la felicità più grande di un sacerdote esplodono quando qualcuno incontra Gesù Cristo. “La mia vita è cambiata”, vengono a dirti. E anche i tratti del volto si distendono e la tal persona diventa fin più bella.

Non mi pare giusto quindi, come qualcuno usa fare, distinguere una Chiesa della fede, proiettata sull’annuncio e la presenza, da una Chiesa della carità, caratterizzata dalla condivisione di problemi della gente, come si trattasse di due anime in qualche modo contrapposte. Non esiste vera carità che non sia tesa all’annuncio di Cristo. Non esiste vera condivisione che non giunga a proporre ciò che salva realmente l’uomo. Farlo con discrezione e rispetto non significa appiattirsi nella sola condivisione dei valori comuni, spegnendo nel silenzio l’origine della propria identità. Fede e carità vanno insieme; annuncio e condivisione sono dimensioni che misurano e sostengono insieme l’albero della vita.

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scritto da giona | 18:19 | link | commenti (5)
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domenica, dicembre 09

Il dilemma dei cattolici italiani